Con il docu-film “La Voce del Padrone” Franco Battiato ci è ancora vicino
Con il docu-film “La Voce del Padrone” Franco Battiato ci è ancora vicino
Franco Battiato - La Voce del Padrone - foto di Chiara Mirelli

Nel mondo del pop, soprattutto italiano, non succede spesso che fra musicisti e discografici nascano sodalizi duraturi. Le ragioni dell’industria e quelle della creatività finiscono col rimanere reciprocamente diffidenti. La Voce del Padrone di Franco Battiato è uno di quei rari momenti di grazia in cui invece questo eterno dissidio non si è verificato.

Il successo nacque da gioco e sperimentazione. Giusto quindi che ad analizzarlo sia l’occhio di un noto discografico, Stefano Senardi, produttore creativo del docu-film omonimo, La Voce del Padrone, dal 28 novembre al 4 dicembre al cinema.

Il docu-film

Senardi era presidente della Polygram all’epoca della realizzazione di due album importanti come L’Imboscata e Gommalacca. Tre anni, dal ’96 al ’99. Il successo del grande classico La Cura, l’apertura alle nuove generazioni del pop e del rock, la collaborazione con Morgan. Poi il ritorno alle origini della canzone d’autore, rivisitata per sottrazione in uno dei dischi di cover più belli di sempre, Fleurs.

Tanto di questa fase della maturità di Franco, e dei suoi nessi con tutto ciò che era accaduto prima, è illustrato nel libro fotografico L’alba dentro l’imbrunire, edito da Rizzoli a fine 2021 e curato dallo stesso Senardi insieme a Francesco Messina.

Nel docu-film, che vede Marco Spagnoli nel ruolo di regista e co-autore insieme a Senardi, è agevole riconoscere in filigrana immagini e motivi dell’antecedente su carta. Grazie alla regia accurata ed emozionale di Spagnoli e all’elegante montaggio di Jacopo Reale, le testimonianze diventano trama di una narrazione filmica vera e propria. Lì fluiscono ricordi e riflessioni, ma anche la poesia dei paesaggi siciliani che Franco scelse come rifugio e ultimo luogo di trasformazione.

Milo, fra l’Etna e l’orizzonte, diventa un luogo rituale, in cui studio, creatività, convivialità e meditazione si avvicendano senza soluzione di continuità, spesso anzi sovrapponendosi nel quotidiano. Lo spettatore si sente rivolgere come uno struggente invito a usare bene il proprio tempo, per ritrovare la propria attitudine alla felicità.

Il docu-film è innanzitutto la vicenda di un fiore. Un omaggio all’amico scomparso, commissionato dall’inguaribile sorriso di Vincenzo Mollica, che porta Senardi a compiere un viaggio a ritroso nella memoria individuale e collettiva, da Milano al luogo archetipo. A tratti vi si può cogliere un rimando alla poesia universale del Postino-Neruda, libro e film. Anche qui si racconta di una sensibilità cosmica e del suo rapporto con la voce infinita del mare. Ma un ampio ruolo spetta anche alla città, al Battiato che osa lanciare una sfida all’establishment, provenendo da un decennio di sperimentazione fattasi sempre più rigorosa e indifferente alle esigenze del marketing.

Da questo bagaglio il Maestro ricavò il metodo per creare il disco pop perfetto che nessuno aveva mai ascoltato. La Voce del Padrone racconta anche la storia di questa sfida. Ed è poi un mosaico emozionale in cui i tasselli del personaggio Battiato emergono dai particolari: aneddoti, close up, l’inflessione di una voce che si incrina raccontando.

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Franco Battiato a Baghdad, 1992

Le immagini di repertorio

A intervallare le testimonianze ci sono le immagini di repertorio. Franco, splendido quasi quarantenne che fa cantare Cuccurucucù Paloma al pubblico dell’Arena di Verona, o ieratico saggio su tappeto orientale che intona le note iniziali di Oceano di Silenzio. Scorrono anche i ricordi del concerto, “senza forze militari in sala”, a Baghdad, in un lontano dicembre ’92, appena dopo la Guerra del Golfo, contro ogni parere della Farnesina.

Poi c’è il Battiato televisivo, spassosissimo, delle interviste. In un’improbabile conversazione con Gigi Marzullo, dichiara testualmente che «la musica esprime livelli superiori di conoscenza e di stati». Poi, quando l’intervistatore gli chiede se si ritenga saggio, risponde candidamente: «Se fossi saggio, non sarei qui».

A un Gianni Minà un po’ esterrefatto Franco rivolge massime come: «La Verità è riconoscere il gioco di forze che ci determina», o «il suono è una vibrazione di quello che sono». Quel suono che, come dice Mollica in un altro punto del docu-film, era tutto ciò che il Maestro voleva rimanesse “del suo transito terrestre”.

Le amicizie

Ma più di ogni cosa La Voce del Padrone è una storia di amicizie. Quella con Senardi, spina dorsale della sceneggiatura. Quella con Mollica, spunto della trama. Oppure con Radius, che racconta dei 50 milioni prestatigli da Franco per comprare casa. Con Francesco Messina e il fotografo Roberto Masotti, le cui ricostruzioni della copertina del disco, varrebbero da sole la visione del film. Poi Carmen Consoli, naturalmente Alice, Juri Camisasca, Francesco Cattini, William Dafoe, Giada Colagrande, Oliviero Toscani, Nanni Moretti, Guidalberto Bormolini. E infine l’amore per il pubblico. Tanto più intenso, quanto più coltivato nel distacco dalla quotidianità.

E per questo dunque, mai come adesso, Franco e il suo Suono ci sono vicini.

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