Donizetti La figlia del reggimento

interpreti G. Gianfaldoni,
J. Osborn, R. De Candia,
M. Custer, A. Brachetti
direttore Evelino Pidò
regia Barbe&Doucet
teatro Regio

Barbe&Doucet sono il duo registico più in confidenza con un repertorio fantasioso e fantasmagorico. Il loro teatro musicale somiglia a una scatola delle meraviglie in cui pescare visioni
surreali, oniriche, a volte grottesche, ma sempre raffinatissime. Su questa scia s’inserisce La figlia del reggimento, ripresa a Torino dopo il debutto veneziano di qualche mese fa. Più che
sulle Alpi tirolesi, dove si muove Marie, l’intrepida trovatella allevata come vivandiera dai soldati napoleonici, la storia sembra calata nei ricordi di un’anziana signora, che evoca
nostalgicamente la sua gioventù vissuta, appunto, da figlia del reggimento.
Per dare questa illusione, Barbe&Doucet producono un corto cinematografico in testa e in coda all’opera, a cornice narrativa di una vicenda in cui forse non riponevano molta fiducia.
Le loro scene sono sempre seducenti (oggetti iperreali come la statuetta gigante di una madonna accostata a ipertrofici pacchi di medicine, tipico comò di un’anziana in ospedale) e
s’imprimono nella memoria per la sagacia e la fattura originalissima. Quel che mancava a Torino, però, era il soffio vitale impresso nel “capitale umano”, e cioè l’affinamento di gesti,
movimenti, interazioni che in un libretto attempato come questo servono proprio ad assicurare lo scorrere felice delle lancette (la direzione di Evelino Pidò più corretta che smagliante).
Gianfaldoni, Osborn (coi 9 Do diventati 18 per il bis d’ordinanza), De Candia e Custer sono voci che valgono comunque la serata, impreziosita da Arturo Brachetti e dai suoi cambi d’abito al fulmicotone, che sfidano sempre la razionalità.
Luca Baccolini

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