Samantha Fish & Jesse Dayton – Intervista
Samantha Fish & Jesse Dayton – Intervista
Samantha Fish & Jesse Dayton – Intervista

Dopo averli visti dal vivo nel loro passaggio milanese lo scorso 2 aprile, abbiamo avuto modo di parlare con Samantha Fish e Jesse Dayton del loro progetto discografico comune, “Death Wish Blues”(Rounder/Universal) Chi segue blues e affini ha ormai probabilmente familiarità con Samantha Fish, noi le avevamo dedicato già una intervista e la copertina del numero 148. Forse ne ha meno con Jesse Dayton, cantante e chitarrista versatile, texano di Beaumont, attivo sin dagli anni Novanta in ambito country, punk, roots…e uomo di molte session anche con nomi prestigiosi quali  Johnny Cash o Kristofferson, oppure autore di omaggi a Kinky Friedman e inaspettati excursus cinematografici.

C’è qualche aspetto che vi ha sorpreso della vostra collaborazione e di come si è sviluppata?

Samantha Fish: Mi sono sorpresa di me stessa, temevo mi sarei sentita più rigida rispetto a come stavano evolvendo le cose. Sono rimasta stupefatta dalla forza della collaborazione, si è sviluppata in pratica da sola. Ho preso rischi che forse avrei esitato di più a prendere su un mio disco solista, perché tendi a costruire per te stesso quello che pensi dovresti essere come artista. Aprirsi ad una collaborazione è bello perché ho pensato di poter fare quello che volevo, è del tutto diverso da ciò che faccio da sola. E abbiamo avuto dei momenti davvero di magia, proprio perché abbiamo abbassato la guardia. Ci siamo impegnati a fondo in questo progetto. Sono rimasta sorpresa di quanto abbia avuto modo di crescere come artista.

Jesse Dayton: La vedo allo stesso modo. Penso anch’io che una volta che abbiamo iniziato a fidarci l’uno dell’altra e ad essere vulnerabili, abbiamo provato cose che normalmente non facciamo. Senza contare che la cosa non ricade totalmente su nessuno dei due e possiamo quindi fare affidamento sull’altro per i rispettivi punti di forza o debolezza. Sono ancora stupito del post registrazione, per le interpretazioni dal vivo delle canzoni, le scelte che abbiamo fatto.

Ci è voluto un po’ per aprirsi? Scrivere una canzone con qualcuno può richiedere un livello di fiducia profonda che non è detto si ottenga in automatico.

SF: No infatti. E la prima volta che ci siamo trovati per scrivere, Jesse è venuto a New Orleans, siamo rimasti seduti in una sala prove per due giorni ma non abbiamo scritto nemmeno una canzone. Ma quel tempo è stato cruciale, perché abbiamo avuto modo di conoscerci. Abbiamo parlato di musica, delle nostre influenze, di come volevamo che venisse il disco, se davvero l’avessimo realizzato. Credo che allora non avessimo ancora deciso come e quando sarebbe successo. Quello stesso weekend abbiamo registrato le Stardust Sessions allo studio. Quello ci ha aiutato a sentirci meglio, come dire Ok ora sappiamo che possiamo suonare bene insieme. Un buon punto di partenza. Non avevamo ancora andati oltre la superficie. Ma quando abbiamo avuto la conferma che suonavamo bene insieme, ci siamo detti, buttiamoci e smettiamo di farci problemi o di pensare che un’idea possa essere considerata stupida. Lasciamo da parte le insicurezze. Affidiamoci all’arte e alla pratica, coi suoi alti e bassi. Ci è voluto un momento, ma è normale.

JD: Ho scritto canzoni con molta gente e registrato con altrettante. Perciò non avevo timore a farlo, ero più preoccupato per le scelte musicali che avremmo fatto. Ora è solo un retropensiero, non ci bado nemmeno più. Una volta rotto il ghiaccio o aperte le chiuse, ci sono venute un sacco di idee…ci sono un milione di cose che avrebbero potuto andare storte, ma toccando ferro nessuna si è verificata. La sorpresa più grande di tutto il progetto è proprio che dal punto di vista artistico mi sento più appagato di quanto non avessi pensato.

SF: Abbiamo entrambi un catalogo piuttosto diversificato. La nostra evoluzione si è dispiegata nei nostri dischi e in differenti collaborazioni. Jesse ha suonato con molti artisti, ma non abbiamo timore di infrangere qualche barriera per quello che viene considerato accettabile nel genere e per noi stessi.

Come è venuto fuori il nome di Jon Spencer come produttore?

JD: Il manager di Sam ne ha parlato. Io non ci avrei mai pensato, nemmeno in un milione di anni. Quando ho sentito il nome Jon Spencer ho pensato che sarebbe stato forte. Perché è uno che fa dischi forti, divertenti da ascoltare. Sapevo che non sarebbe stato come un disco di Jon Spencer, perché io e Sam siamo cantanti e chitarristi molto diversi, ma sapevo anche che avrebbe avuto quell’energia. Lui è stato un pezzo importante  del processo creativo. Di sicuro il disco non sarebbe stato lo stesso senza di lui.

SF: Il nome di Jon girava da un po’ nel nostro entourage. Era qualcuno con cui mi sarebbe piaciuto lavorare. Perciò quando abbiamo cominciato a parlare dell’idea del disco e poi con Jesse abbiamo cominciato a scrivere, il mio managere Reuben lo ha menzionato di nuovo e ne ero entusiasta, sono una  sua grande fan. Chi meglio di Jon poteva aiutarci a creare un suono esplosivo, eccitante. In fondo è quello che fa, tiene insieme stili differenti e riesce a fare dischi che suonano bene e divertono. Penso sia stata una ottima scelta.

Lo avevate già incontrato prima?

JD: No lo abbiamo conosciuto il primo giorno in studio ed è immediatamente divenuto il terzo moschettiere. Io e Sam gli abbiamo portato tutte le canzoni e lui si è occupato di plasmare la loro estetica sonora. Ci siamo fidati molto e la cosa ha funzionato alla grande.

Sembra abbia una capacità di evidenziare l’aspetto visivo, cinematografico, delle canzoni, davvero peculiare.

SF: Bello! Peculiare è meglio di noioso! Davvero penso sia stato perfetto. E ci abbiamo messo solo dieci giorni. Ma eravamo ben preparati. Avevamo scritto le canzoni tranne un paio che abbiamo finito in studio. Jon ha scelto un cast di musicisti di grande talento e tutti hanno dato il massimo. Abbiamo lavorato sodo, non abbiamo perso tempo. Del resto, quando vado in studio di solito sono sempre molto focalizzata e voglio finire il lavoro per bene. Ma questo per me è divertente, perché poi quando finisci hai questa enorme sensazione di catarsi, una sensazione fantastica.

Che cosa rende diverso Spencer da altri produttori con cui hai lavorato come Luther Dickinson, Scott Billington o Martin Kirszenbaum?

SF: Ho lavorato con produttori diversi, ognuno ha il suo stile, il suo approccio. A volte ho lavorato con lo stesso produttore e di album in album cambiava qualcosa, adottando nuove tecniche. Jon ha un bell’approccio con gli amplificatori, abbiamo parlato del fatto di essere due chitarristi che cercano di supportarsi ma anche di restare differenti dal punto di vista sonoro. Miscelarsi bene ma conservare voci uniche sul disco. Ci ha aiutato a lavorare su questo aspetto. Ma una delle cose più interessanti che ho preso da lui riguarda il suo approccio per l’incisione delle parti vocali. Gli piace registrare la voce più come si farebbe per un attore, non cerca a tutti i costi una performance perfetta o sentire determinate note. Gli interessa il carattere, per creare canzoni che siano interessanti da ascoltare. Quasi come recitare un personaggio.

JS: Si, è stato effettivamente come essere in un corso di recitazione. Ci faceva fare esercizi di memoria, chiedeva, “cosa sentivi quando l’hai scritta? Non mi frega nulla della nota giusta!” Era come il regista di un film. Ti ispirava. Io e Sam siamo consapevoli che alcune canzoni hanno un suono cinematografico. Sono un grande fan di Ennio Morricone, abbiamo persino aggiunto alcune parti di chitarra  in stile spaghetti western e altre parti richiamano un po’ il cinema della new wave. Fa tutto parte del nostro percorso.

Spencer ha avuto un ruolo anche in fase di scrittura, per alcuni brani?

SF: Tre canzoni le abbiamo rifinite in studio. Mi ricordo che è arrivato con “Riders” come concetto ed aveva un chorus davvero bello. Mentre “Supadupabad” era in pratica una jam. Per “Dangerous  People” avevo scritto questo groove anni fa ma la canzone non era gran che, così l’ho lasciata da parte. Abbiamo rimesso mano alla musica che non era male e abbiamo finito per scrivere una canzone che parla un po’ di noi. Ne abbiamo cavato fuori qualcosa di molto migliore. In studio senti lo slancio del momento quando stai registrando un disco, le cose cominciano a prendere forma e all’improvviso sei abbastanza ispirato da finire qualcosa che non pensavi avresti finito prima di varcare la porta dello studio. Abbiamo lavorato bene in fase di preproduzione e scrittura così poi tutto è successo in tempi rapidi.

A giudicare anche dal vostro concerto milanese, il terreno comune tra voi sembra essere anche e soprattutto il blues, avete suonato pezzi dal repertorio di Screamin’ Jay Hawkins, Magic Sam, Slim Harpo o R.L.Burnside. Sia Kansas City che il Texas hanno una ricca tradizione nell’ambito.

SF: Si, in effetti io e Jesse abbiamo molti gusti musicali in comune. Credo ci siamo formati nell’industria musicale in modo simile e abbiamo lavorato duramente per far crescere le nostre band e trovare posto nel circuito. Quella è grande musica, senza tempo. Come hai detto, sono cresciuta a Kansas City ed entrambi siamo in tour là fuori da talmente tanto tempo che nessuno di noi suona davvero come gli artisti originali. Siamo fan della musica a nostra volta e ci piacciono stili differenti.

Il concerto era davvero ben costruito e vario, con una bell’alternanza di pezzi nuovi e brani estratti dai vostri repertori.

JD: Ti ringrazio. Penso che molto abbia a che fare con la capacità di essere lì per supportare la visione dell’altra. Un sacco di possibilità saltano per aria perché la gente non le esplora abbastanza o non si ha la capacità di essere presenti, nel momento. Sam è davvero brava in questo. Cerchiamo di farlo l’uno per l’altra in studio e sul palco. Ma gran parte è solo divertimento e quando questo succede è senz’altro la parte migliore.

Lo avete portato in tour ancor prima della sua uscita ufficiale.

JD: Si e il nostro secondo show è stato al Whisky A Go Go sul Sunset Strip a Los Angeles, Hollywood. Non è normale. Il nostro manager, Reuben, ci ha buttati nel fuoco. Era sold out e Joe Bonamassa e Glen Danzig erano a lato del palco a vederci. È stato grande, ma alla fine vogliamo solo essere onesti verso quello che stiamo facendo e divertirci. Se non hai queste due cose, beh c’è un problema.

SF: Siamo stati fortunati lungo tutto il progetto. Non so se sia stata fortuna o una buona chimica  di squadra con tutte le persone con cui abbiamo lavorato. Non era facile scrivere tutte queste canzoni e fare in modo che suonino bene. Non credo ci sia nessuna canzone sul disco di cui potrei dire no ok, lasciamola fuori. Abbiamo un bell’album, credo, fatto di canzoni solide di cui siamo entrambi appassionati. Poteva essere più frammentario o approssimativo, invece ha funzionato tutto. E  non lo do per scontato perché ci è voluto molto per mettere in fila tutte queste cose.

JD: È folle. Potevano andare storte un sacco di cose. Sam è molto simile alle donne con cui sono cresciuto, working class, diretta, senza fronzoli. E questo è confortante. Ho lavorato con molte persone e so che talvolta il processo  può diventare una seccatura. Ma questa volta è stato semplicemente, “attacchiamo le chitarre e suoniamo”.

samantha fish

samantha fish

Che cosa ascoltavate durante la fase di scrittura? Sul disco ci sono pezzi diversi tra loro, da una ballad a pezzi uptempo o un pezzo come “Down In The Mud” che mi ha ricordato persino qualcosa di Tony Joe White del periodo Monument.

SF: Volevamo che avesse personalità. Io stavo ascoltando molte cose di punk e rock’n’roll di New York anni Settanta, parecchio North Mississippi Blues e soul di Detroit e Memphis. I classici. Ma talvolta quando scrivo preferisco non ascoltare nulla per non essere influenzata troppo, altrimenti prima di accorgertene ti ritrovi a riscrivere una canzone vecchia. Devi distaccarti un poco e pensare a quello che vuoi esprimere. Così è più difficile ma ti aiuta a venire fuori con qualcosa di tuo.

JD: Io ascoltavo molta roba funky anni Settanta. Come hai detto, Tony Joe White è una grande influenza su di me. Sai ogni volta che mi senti fare “uh”, beh viene da Tony Joe. Ricordo che ascoltavamo anche dischi anni Settanta di Elvin Bishop ed anche qualcosa di country, melodie che poi abbiamo messo nel disco…un grande mix, un gumbo, fatto di roba che amiamo entrambi o altra con cui potevamo cavarcela!

Ora proseguite il lungo tour.

SF: Si saremo in tour fino alla fine dei  tempi…è un grosso impegno, ma è quello che facciamo.

Matteo Bossi

 

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L’articolo Samantha Fish & Jesse Dayton – Intervista proviene da Il Blues Magazine.

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