RAM JOHN HOLDER: “Black London Blues”

Etichetta: Soulgramma / Lantern Records (EU) – 2022

Black London Blues” di tale Ram John Holder è davvero un gioiellino: sarebbe da avere in vinile però, come fu all’epoca in cui comparve, nel 1969.

Ma in quel fervido contesto musicale, tra Inghilterra e Stati Uniti, dove di certo non sono mancati i capolavori, è stato forse trascurato e a margine di produzioni ben più celebri. La ristampa, che ci offre il pregio di riascoltarlo oggi, ne propone una riedizione in numero limitato, a seguito di una precedente, che ripubblicava in cd non solo il presente, ma anche il disco “Bootleg Blues” appena successivo, del 1971.

Sfuggirebbe così di mano “Black London Blues”, se non fosse per operazioni di tal fatta che ci spingono a indagare su di una personalità artisticamente articolata, più nota come attore (così come ci compare ad una prima ricerca on line) che non come musicista dalla forte impronta sociale; come invece ci è apparso quando, tra le novità di fine 2022, ne abbiamo colto un insolito marchio sonoro che ci era sembrato così vintage da essere, infatti, autentico.

Niente “low fi” o operazioni di sorta (quantunque nella più vera bontà di alcune attuali intenzioni) ma un disco che nasce così, nella più sincera povertà di mezzi, tanto quanto grande ne rimane la potenza espressiva ed evocativa. Come la storia del suo autore, emigrato dalla Guyana, prima negli USA, e poi in Inghilterra.

Un estro che, capitando a New York al momento giusto, non poteva non essere richiamato dal fermento artistico del Greenwich Village, in contatto con Ritchie Havens o Bob Dylan, ma trasferendosi ben presto in un altro crogiolo di creatività che era poi nientemeno che la Londra anni ’60, già in città dal 1962 per una più attiva carriera recitativa, come dimostra la notorietà per alcune sit – com britanniche, più in là negli anni.

Ai tempi l’abilità musicale appresa dai genitori nel paese d’origine lo spinge invece ad ingegnarsi anche come autore di musiche per il teatro, oltre che a raccontare con le canzoni alcune storie di vita da outsider, nero e immigrato prima negli USA, e poi nel Regno Unito, con tutto quanto ne comporta, in tempi ancor più difficili degli attuali.

Ecco che John Wesley Holder allora (quello il suo nome, alla nascita) oggi quasi novantenne, restituisce uno spaccato verace e autentico come pochi, di un nero nell’inferno londinese di quegli anni, nel tentativo (per dirla senza peli sulla lingua..) di “sbarcare il lunario”. Ci sembra così di riconoscerne la caratura intellettuale e la portata artistica, seppur “in differita” rispetto ai suoi tempi, come non potrebbe essere altrimenti; ritrovando alcuni aspetti in comune tra la sua vicenda e quella forse più leggendaria di Sixto Rodriguez.

E “Black London Blues” di fatto è un concept, che pure è una geografia in blues della Londra di quegli anni, rivisitandone i quartieri, i pub e quell’umanità ai margini a fare di questa sua opera una “chicca”. Bastino i titoli, a cartografare il disco: così “Brixton Blues”, in apertura, acerba e tremendamente funky; e poi “Pub Crawling Blues”, “Too Much Blues” (con sax) “Notting Hill Eviction Blues” e la title-track; prima di voltare lato e a scanso di equivoci, ancora la dicitura “Blues” alla fine di ogni canzone: a noi sui titoli di coda, piace citare “Sleeping Alone Tonight Blues”, certi di ritrovarne prima o poi, da qualche parte, anche la versione di Waits.

Matteo Fratti

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