Olly: «Con “Fammi morire” sono riuscito a descrivermi per quello che sono»
Olly: «Con “Fammi morire” sono riuscito a descrivermi per quello che sono»
Olly: «Con “Fammi morire” sono riuscito a descrivermi per quello che sono»

Classe 2001, nel genovese Olly – al secolo Federico Olivieri – convivono tutte le anime della città che gli ha dato i natali, dal cantautorato alla nuova scuola rap («Izi e Tedua sono stati una vera e propria fonte di ispirazione»). Olly, però, non ne ha seguito pedissequamente le orme, ma si è, pezzo dopo pezzo, costruito un percorso tutto suo, grazie anche alla “direzione artistica” del fidato JVLI. Un percorso decisamente fortunato, tanto che lo ha portato a comparire nella rosa dei primi otto finalisti selezionati per Sanremo giovani. Lo abbiamo incontrato a pochissimi giorni dalla notizia per farci raccontare come se la sta vivendo e per parlare con lui di Fammi morire, il suo ultimo singolo che è stata «una seduta di terapia di gruppo».

Sei reduce da una bellissima notizia, come ti senti ad essere tra i finalisti di Sanremo giovani?

Sono felicissimo, ci stavamo preparando da tanto ed è venuto tutto in modo molto naturale. Non c’è mai stata una sessione in cui ci siamo messi a cercare il pezzo giusto, abbiamo lavorato alla nostra musica e ci siamo trovati ad avere dei pezzi che ci piacevano. A quel punto abbiamo pensato di proporli e già il fatto di essere arrivati fin qui è importantissimo. Non solo per me ma anche per JVLI, il mio produttore con cui ragiono sempre per quanto riguarda le scelte di lavoro. Sono proprio euforico, ho davvero voglia di prepararmi per il prossimo step.

Beh, uno step direi decisamente importante…

Molto. Poi sono felice anche perché conosco tanti dei ragazzi che parteciperanno con me e credo che il livello sia molto alto. Questo da una parte stimola la mia parte agonistica, dall’altra mi rende orgoglioso di come stia girando la musica giovane in Italia in questo momento. Siamo tutti giovani, presi bene. e sono contento che il Festival abbia riconosciuto questa cosa.

Tra l’altro tu sei quasi di casa perché sei ligure, vieni infatti da Genova che ha storicamente una tradizione musicale di grandissimo spessore ed è anche uno dei principali nuovi centri per il rap italiano. Questa cosa ti ha influenzato?

Conta che io ho iniziato a far uscire le mie prime cose nel 2015/16, quindi proprio quando stavano uscendo i vari Izi, Tedua, quindi per me loro sono fonte di ispirazione vera e propria. I primi concerti che ho visto erano nei centri sociali e io andavo a sentire loro. Per non parlare poi del cantautorato, che ha ispirato tutti noi. A proposito di questo era uscito un film, La nuova scuola genovese, diretto da Claudio Cabona in cui ci sono anche io e mi ha fatto stra piacere esserci. Il fatto di essere di Genova però non me la vivo con ansia da prestazione di dover rappresentare per forza qualcosa o di dover essere ad un certo livello di scrittura. Per me è più una sicurezza, vengo da lì, quindi so che dentro di me ho cose che da altre parti non ci sono.

Mi sembra di capire allora che il tuo background hip hop sia bello serio, se mi parli di centri sociali…

Sì, io partecipavo spesso alle battle di freestyle a Genova, ci beccavamo e rappavamo. Poi magari alcuni hanno preso strade diverse, ma se li incontri in centro la sera e vuoi fare freestyle non ti dicono di no. Quel mondo mi è stato utilissimo. Ci sono ancora dei video su YouTube che spero non trovi nessuno perché ero vestito in modo veramente discutibile! (Ride, ndr).

E adesso vivi a Genova o ti sei trasferito a Milano?

Da tre anni ormai sto a Milano, mi sono trasferito per fare l’università, ho studiato Economia e Management. Ogni volta che posso però scendo a Genova a trovare la mia famiglia.

Cosa è cambiato per te venendo a Milano?

Fare cinque anni a Genova è come farne uno o due a Milano. Qui va tutto molto più veloce, i ragazzi hanno molto più know-how sulla musica. Banalmente qui per arrivare in studio non devo prendere il treno, mi basta uscire di casa e fare qualche centinaio di metri a piedi! Però, se non fosse per Genova, sicuramente non sarei quello che sono. È la città in cui devo tornare per fare un’iniezione di calma.

Prima hai parlato di JVLI che è ormai una figura imprescindibile nel tuo percorso. Negli ultimi anni l’accoppiata rapper-produttore si è fatta sempre più forte e la produzione è diventata una sorta di marchio di fabbrica per l’artista. Penso a Charlie Charles con Sfera e Ghali o a Chris Nolan con Tedua. Anche per te è così?

Assolutamente sì. JVLI è il mio sarto. Facciamo tutto insieme, ci diamo una mano ogni giorno in tutte le decisioni che prendiamo. La cosa che mi ha gasato di più è che mi ha fatto fare cose che non sapevo di poter fare. Ha preso la mia diffidenza da genovese e l’ha buttata nel cestino, catapultandomi in mondi in cui aveva capito che sarebbero stati adatti a me. Se oggi sono dove sono è sicuramente grazie a lui. Banalmente, quando sono andato a lavorare da lui a Torino, mi ha spinto a cantare sulla cassa dritta. All’inizio non ero convinto, io volevo rappare, poi uscì Quando piove e ora siamo qui.

Il tuo ultimo pezzo è Fammi morire, di cui tu hai detto: «Mi sono trovato a partecipare ad una terapia di gruppo, per raccontare la mia dipendenza dall’amore». Com’è andata questa terapia?

Devo dire che è stato tutto divertentissimo, le riprese, il montato, abbiamo trovato quasi casualmente tanti attori diversi che tra di loro neanche si conoscevano e poi sul set hanno lavorato come se fossero amici da una vita. La cosa particolare è che abbiamo cercato un’idea di comunicazione in cui io stesso mi sono messo a scrivere il copione. Una volta scritto, mi sono reso conto di quanto mi rappresentasse al 120%. Mi sono sentito sollevato nel descrivermi per quello che sono, una cosa che ho sempre cercato di fare ma che solo con Fammi morire sono riuscito a fare. Tutt’ora sono molto contento di come stia andando.

Oltre ovviamente agli artisti di Genova, ci sono altri nomi che ti hanno in qualche modo ispirato?

Da quando ho visto il suo concerto quest’estate per me Vasco è diventato Dio. Ormai compro solo clipper di Vasco Rossi, giuro. Andando oltreoceano mi ritrovo molto in Post Malone, proprio come approccio alla musica, e sono cresciuto con i Black Eyed Peas. Facevano un po’ quello che sto cercando di fare io, ossia unire la musica elettronica al pop. Sono gasato, è come se tanti puntini si stiano finalmente unendo.

Ci credo, se non sei gasato ora…

Ma in realtà io di mio sono un po’ un tristone, ma sto imparando anche a gasarmi. Mi sto impegnando molto, faceva bene la psicologia a dirmi di essere felice.

Facevi psicoterapia?

Sì, credo che sia importantissimo per i ragazzi parlare con qualcuno. Magari ci sono situazioni in cui non si può o è difficile farlo, quindi andare da una persona imparziale è sempre utilissimo. Io l’ho fatto per tanto tempo, e non nascondo che ci tornerei volentieri. Allo stesso tempo però mi viene da citare Marra quando dice che la salute mentale è roba da ricchi, che purtroppo è una cosa molto vera. Vorrei che ci fosse un intervento da parte dello Stato a tutela dei ragazzi, dando loro spazio e possibilità di andare a costo zero in terapia. Bisognerebbe iniziare a mettere sullo stesso piano mente e corpo, perché il benessere delle due cose sono collegate.

Assolutamente d’accordo, mi sembra un bellissimo messaggio da lanciare. Invece per quanto riguarda i live, quando potremo vederti sul palco?

Il 24 novembre suoneremo all’Arci Bellezza a Milano, sono molto contento. Non vedo l’ora di suonare live di nuovo perché è una cosa che mi piace tantissimo, ti direi che è subito sotto la fase in studio!