<div>Testo & Contesto: Blanco “Blu celeste”, una storia raccontata come se tutti noi ne fossimo stati testimoni.</div>
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Blanco Blu Celeste Testo & ConTesto, il singolo che dà il nome al nuovo album di Blanco analizzato e commentato dal nostro Prof di Latino.

Non mi perderò in analisi retoriche o in acrobazie interpretative questa volta. Non lo farò perché non è necessario e perché non lo voglio fare. Blu celeste di Blanco è una di quelle canzoni che meritano di essere vissute, senza essere “cervellizzate”.

Lo ha scelto l’artista stesso, quando ha pensato di raccontare una storia così intima senza risparmiare nulla: la perdita di una persona cara, quasi un fratello. Perdita che ha scardinato la sua vita, ha cambiato il suo sentire, ha trasformato il suo modo di leggere il mondo.

Ha appena 18 anni Blanco, eppure ha le idee chiare su ciò che vuole dire, sulle parole che intende usare: non ha compromessi la sua scrittura, è dritta come la verità detta da un bambino.

E fa ancora più impressione che questa verità narrata senza accomodamenti, quasi ingenua, passi dalle labbra del giovane ignudo della musica italiana, l’unico di cui non conosciamo quasi guardaroba e stilisti preferiti. È nuda la sua parola, come il corpo che ostenta. È nuda e bella, in questa canzone.

Confesso di non aver intuito prima il valore della sua penna: ho ammirato il suono della sua voce, lo stile, la capacità di vestire in maniera versatile le varie produzioni senza perdere riconoscibilità. Ho colto anche la semplicità della sua scrittura, ho temuto in alcuni momenti la banalità.

Il suo contributo in La canzone nostra o il testo di Mi fai impazzire, pezzi con cui ha invaso le nostre giornate nell’ultimo anno, non mi pare si evidenzino per una scrittura degna di osservazione.

Vero è anche che sono in seconda fila rispetto all magniloquenza della produzione e che sono inseriti in canzoni commercialmente martellanti, penetranti, di facile presa, giuste come il panettone a Natale (una volta che esiste, non puoi non mangiarlo!).

Eppure, me ne accorgo oggi, quei contributi hanno un pregio comune, che quasi prepara l’esito felice di Blu celeste: hanno quella semplicità che è capace di sintetizzare perfettamente un’emozione universale. Poche parole in una cornice giusta, che diventano il disegno di una scena. Un quadro di vita che nella sua scontata naturalezza appartiene a tutti.

Il confine tra il banale e il naturale è molto sottile: e Blanco, a mio avviso, – lo sostengo oggi in parte superando un iniziale pregiudizio – lo domina con maestria. Sa raccontare quelle cose che si ripetono, normali e uguali a sé stesse: le dice bene e noi crediamo di leggervi dentro un pezzo della nostra vita.

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BLANCO BLU CELESTE: TESTO & CONTESTO

In questo singolo, title track del tanto atteso album, l’artista raggiunge un risultato ulteriore, che mi fa intravedere il seme del talento autorale.

Racconta la sua storia come se fosse nota nei suoi dettagli a chi lo sta ascoltando, come se tutti noi ne fossimo stati testimoni.

In alcuni siti di musica ho letto: Blanco non dice chi sia la persona scomparsa, non fornisce dettagli dell’accaduto. È vero, non sappiamo nominativamente chi sia, ma abbiamo informazioni e capiamo il ruolo che ha avuto nella vita dell’autore. Tra l’altro io mi emoziono proprio quando emergono nella canzone dei dettagli precisi e puntuali, anzi quando Blanco li accumula senza inserirli in un contesto narrativo ricostruibile. Li richiama come se fossero ovvi, come se appartenessero anche alla nostra memoria.

Troppo precisi forse, al punto che ci sentiamo testimoni di qualcosa di vero, che è anche un po’ nostro.

Ora sei un mio ricordo
Un mio ricordo immaginario
Del fratеllo che vorrei
Nato nel mese di Acquario
Sarei il pesce e tu lo squalo, oh
Siamo grandi per sognare
Tu saresti maggiorenne
Io ormai sono un sedicenne
Vado per i diciassette

È questo che mi commuove della canzone. Quando l’ho ascoltata per la prima volta ho provato, insieme a Blanco, il dolore delle mie perdite raccontato con le parole che non avevo mai trovato. Eppure erano così elementari, e così vicine quelle parole…

“Il cielo blu” a cui guarda Blanco, è quello di tutti: il luogo in cui speriamo che le persone che ci hanno lasciato esistano ancora e continuino a guardarci.

Quando il cielo si fa blu, penso solo a te
Chissà come stai lassù ogni notte
È blu celeste, è blu celeste
È blu celeste

E come quella di Blanco, troppe volte è blu anche la nostra penna, “che scrive senza pensare” per trovare una via di fuga all’assenza.

Mi hanno molto segnato i versi in cui si racconta il conflitto interiore tra la ragione e il senso di colpa:

Ho la ragione che rallenta
Ogni mio senso di colpa
E non c’è un mostro che la tolga da me, eh-eh-eh

Ho pensato a tutte le strategie che mettiamo in atto per soffocare il peso della responsabilità che sentiamo quando qualcuno è andato via e non siamo riusciti a trattenerlo. Ho pensato a quanto sia perverso il ricordo che si strugge tra ciò che avremmo potuto fare per evitare e ciò che avremmo dovuto ancora dire.

Mi ha intenerito quando, con la capacità di unire poetico e impoetico (cifra dell’intera canzone), ha dichiarato:

Avevo un peso dentro, un peso da levà
Ci ho messo un pezzo a raccontarti

Perché mi ha ricordato tutte le volte in cui fuggiamo dal bilancio; tutte le volte in cui, non raccontando, crediamo di proteggere un ricordo e invece lo lasciamo implodere dentro di noi; tutti i momenti in cui non ci sentiamo pronti a dire, perché non accettiamo che sia impossibile il ritorno.

È stato infine tagliente il flusso di coscienza che precede l’ultimo ritornello:

Doveva essere tutto perfetto
Tipo luci spente, vorrei scriverti al buio
Tipo, na-na-na-na-na, luglio
Tipo scriverti senza volerlo
Tipo, na-na-na-na-na, bisbiglio
Tipo, na-na-na-na-na, buio, oh-oh-oh
Al buio, uoh-oh-oh, uh-ah …

Mi sono perso nell’illogicità di quegli accostamenti, nella ferocia di quelle sillabe farfugliate, precedute dall’intercalare che più usiamo quando il nostro linguaggio si fa impreciso perché è indefinito il nostro sentire (Tipo… / Tipo… /  Tipo…). E poi ho sofferto quando nel caos si sono stagliate quelle parole:  luglio, bisbiglio, buio, rimandi a un tempo perduto, a voci lontane, a spazi inesplorati della coscienza.

Il testo da sé non basta per giustificare la mia sensazione: è nella fusione delle parole con il canto e nel movimento minimale e lirico di quell’unico strumento di accompagnamento, il piano, che tutto questo mondo si disegna con una forza struggente e l’emozione si completa.

E ci riporta a quel dolore che non sappiamo dire, ma che ci stringe senza riserve. A quel dolore che ci fa guardare indietro, con resistenza e ostinazione, quando non sappiamo andare avanti. A quel dolore che non vogliamo mollare, per non lasciare andare definitivamente chi abbiamo profondamente amato.

Ho vissuto così questa canzone, come un’esperienza mia. Un’esperienza che, stavolta, mi è sembrato di saper raccontare. L’arte entra nella nostra vita, in fondo, quando ci regala le parole che avremmo voluto o dovuto dire.

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