Fate vedere “Moonage Daydream” nelle scuole. Il film su David Bowie non è il solito documentario, è molto di più
Fate vedere “Moonage Daydream” nelle scuole. Il film su David Bowie non è il solito documentario, è molto di più
Fate vedere “Moonage Daydream” nelle scuole. Il film su David Bowie non è il solito documentario, è molto di più

«Ho sempre avuto la sensazione di essere un veicolo di qualcos’altro, ma non sono mai riuscito a capire davvero cosa fosse. Secondo me tutti provano questa sensazione prima o poi. Tutti, a un certo punto della loro vita, iniziano a sentire che non si esauriscono in se stessi». David Bowie, 27 gennaio 1973.

Bowie, per la sua natura di apolide e di provocatore, ha desiderato sovvertire il proprio tempo e immaginarlo con nuove forme, suoni e immagini, catturando costantemente dal meglio che succedeva nel sottobosco della cultura popolare. Appagando così la sua voracità di cultura e arte per ogni tappa della sua avventura artistica, David Bowie nello stesso tempo ha fatto divertire, commuovere, impazzire milioni di fan, soprattutto nel corso di due decenni (gli anni ’70 e ’80).

Moonage Daydream: una summa dell’arte del Novecento

Vedere Moonage Daydream è un’operazione appagante e formativa. Se dovessimo spiegare con la bellezza e l’arte l’uomo del tardo Novecento, un’attenta visione di questo film ci può senza dubbio aiutare. Oltre, naturalmente, ad avere in due ore e venti minuti il miglior racconto della storia artistica del grande performer inglese.

In Moonage Daydream non solo dominano le canzoni e le performance di David Bowie ma anche il suo pensiero, il suo background culturale. Per sostenerlo, il regista si è avvalso di tantissime immagini di film del secolo scorso. Ecco solo alcuni nomi dal lungo elenco di film ripescati, capirete perché Moonage Daydream è anche un racconto del secolo scorso: Viaggio nella Luna (1902) di Georges Méliès, Nosferatu il vampiro (’22) di F.W. Murnau, Un Chien Andalou (’29) di Luis Buñuel, Frankenstein (’31) di James Whale, Ivan il Terribile (’44) di Sergei Eisenstein, fino a 2001: Odissea nello spazio (’68) e Arancia meccanica (’71) di Stanley Kubrick, L’impero dei sensi (’76) di Nagisa Ōshima, Johnny Mnemonic (’95) di Robert Longo e Lola corre (’98) di Tom Tykwer.

Immaginato dal regista Brett Morgen – è suo Kurt Cobain: Montage of Heck – come “un’odissea spaziale audiovisiva” (certamente un rimando alle pulsioni fantascientifiche che sempre ha avuto David Bowie), Moonage Daydream riesce a entrare nella grande eredità enigmatica dell’artista.

La realizzazione del film

La struttura di fondo di Moonage Daydream è semplice. C’è una raccolta minuziosa delle interviste audio e video fatte da Bowie dagli anni ’70 fino alla sua morte, un minuzioso assemblaggio di immagini inedite e non, spezzoni di interviste alla TV inglese e americana (dove il Duca Bianco è spassosamente ironico davanti al perbenismo imperante dei conduttori; un esempio su tutti, il Dick Cavett Show del 1974). Il tutto “cucito” con visual originali di ottima qualità. Per fortuna niente talking heads (i boriosi e oramai fastidiosi commenti in video di persone riprese sempre con la stessa tipologia di inquadratura). E speriamo che anche in Italia si smetta di usare questo stancante processo narrativo.

Ma se il processo sembra semplice nel complesso, in realtà la costruzione del documentario ha portato via moltissimo tempo. Nel 2018, a Morgen era stato concesso un accesso senza precedenti agli archivi di Bowie. Questi comprendono materiali che ripercorrono tutta la sua vita, tra cui un ampio catalogo di filmati inediti e anche una collezione personale delle sue opere d’arte e delle sue poesie. Così alla fine Morgen impiegato quattro anni ad assemblare il film e altri 18 mesi per progettare paesaggio sonoro, animazioni e palette di colori.

Ovviamente magnifico il suono nelle sale IMAX. Per il film, il team dei fonici, insieme a Tony Visconti – collaboratore di lunga data di Bowie, amico e produttore musicale – e Paul Massey (che aveva lavorato per Bohemian Rhapsody), già vincitore del premio Oscar, ha remixato e tradotto gli originali di Bowie per un ambiente teatrale presentato in 12.0, 5.0, Dolby Atmos, e 7.1/5.1.

Un’esperienza intensa

Mi sono commosso a vedere Bowie che canta Heroes (una versione peraltro “strana”) a Earls Court, Londra, prima tappa del ritorno in Europa dopo l’esilio americano. Avrei ballato mentre il Duca ancheggiava in stile Elvis su Let’s Dance catturato un uno dei suoi oceanici concerti dei primi anni ’80. Non so cosa avrei dato per vedere Ziggy leccare la chitarra di Mick Ronson.

Ho visto Bowie solo una volta, ma per fortuna da vicinissimo, al Teatro Smeraldo di Milano con gli orribili Tin Machine. Ancora oggi mi pento amaramente di non essere mai andato a un suo live quando era vivo. Ma Moonage Daydream mi ha consolato. E, se non mi ha “insegnato” niente di nuovo sul Maestro, ha saputo regalare delle emozioni fortissime e far capire che ancora oggi il secolo breve è stato intensissimo.